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La Scasada del Zenerù

Reportage pubblicato su DooG Reporter [riproduzione riservata]

Arriviamo ad Ardesio che ha appena fatto buio.
A quest’ora il paese non è che un grumo di case scure picchiettate di lucette gialle: le sagome di alcuni campanili sbucano dai tetti come matite appuntite, tutt’attorno la massa densa delle montagne incombe sulla valle, nera nera come sanno esserlo soltanto i pendii di conifere di notte, durante l’inverno. Dalla macchina pare di esserne inghiottiti. Salendo da Bergamo lungo la Valle Seriana, la strada scivola accanto a capannoni e a colate di cemento che di volta in volta assumono la forma di case squadrate o di brutte costruzioni industriali a ridosso del fiume: ma poi d’improvviso si sale, davanti al parabrezza si iniziano a intravedere le sagome aguzze e innevate delle Prealpi Orobie, la valle dell’industria cede a malincuore il passo alla valle montana, la strada si fa sottile e sinuosa, sempre più scura. Non è difficile immaginare la bellezza di questi scorci in una giornata di sole: ma siamo a fine gennaio, il sole è calato da un pezzo, l’oscurità è densa e gelida e la strada deserta che conduce al borgo orobico non rende l’idea della bolgia che incontreremo da lì a poco nelle sue stradine attorcigliate.

Una cerimonia di propiziazione

Il 31 gennaio, ad Ardesio, si celebra la “Scasada del Zenerù”: letteralmente la “scacciata di Gennaione” (zenèr, in bergamasco, significa appunto gennaio, e zenerù ne è l’accrescitivo o il peggiorativo, a seconda delle interpretazioni).
Un po’ rito agro-pastorale riesumato dal passato e un po’ manifestazione turistica, un po’ tradizione e un po’ folklore, la Scasada è prima di tutto un grande momento di aggregazione per tutto il paese, l’occasione per ricordare le radici contadine e pastorali che qui, in barba a tutti i discorsi su quanto la modernità faccia male alla memoria storica, la gente è ben lieta di rivendicare con orgoglio.
E lo si capisce già guardando le persone che a passo svelto si radunano man mano: moltissimi sono giovani, ragazzi e ragazze con gli smartphone in una mano, una sigaretta nell’altra e un grosso campanaccio di mucca legato attorno alla vita, e nel clangore del metallo si raggruppano, ridono e fanno baccano attorno all’enorme fantoccio che rappresenta il Zenerù, appunto, prima che parta la sfilata e che la vera e propria manifestazione abbia inizio.

La Scasada del Zenerù si ricollega ai riti popolari montani che, nelle società contadine e nelle vallate di tutto l’arco alpino, celebravano la fine del freddo e l’arrivo della primavera; cerimonie propiziatorie di risveglio della natura, di scacciata del freddo e di invocazione della bella stagione che, tra i giorni della merla e quelli del carnevale, mettevano in scena con la maschera, con il rumore e con il fuoco una ritualità collettiva per esorcizzare le paure dell’inverno ed evocare la necessità ciclica di “uccidere” come comunità ciò che è vecchio per far spazio al nuovo. Elementi che ritornano anche nella Scasada di Ardesio, sotto forma del fantoccio del Zenerù – che ogni anno con sembianze diverse viene condotto nelle vie del paese prima di essere messo al rogo – e del frastuono delle ciòche, i campanacci che i mandriani mettevano al collo delle mucche durante la transumanza e che oggi ci si lega in vita per scuoterli con più agio, in un evidente rimando al tema della fertilità, umana e della terra […].

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