Questione di identità e di radici: prima ancora di essere un’occasione di intrattenimento, il Carnevale di Dossena è sempre stata un’occasione di comunità, il modo per consolidare e tramandare una tradizione che – a cavallo tra la commedia dell’arte e i riti antichi – portava colore, risate e divertimento nelle diverse contrade del paese della valle Brembana. Una tradizione, quella delle “Mascherade in cuntrada” che forse sarebbe andata perduta, mangiata dai ritmi del frenetici del presente, se non fosse stato per l’impegno, la passione e la dedizione di un gruppo di cittadini che hanno non solo rivitalizzato l’usanza del carnevale di montagna, ma anche ripreso il “vecchio stile” delle mascherate, con la fabbricazione manuale delle maschere e il recupero dei personaggi popolari del teatro itinerante. E, soprattutto, con il coinvolgimento di tutto il paese, grandi e piccini: «perché le radici – spiega Piero Zani, 74 anni, memoria storica del paese e grande animatore del carnevale locale – non vanno dimenticate: vanno ricordate, insegnate, tramandate a chi le vuole tutelare. Che è cosa diversa dallo stravolgerle per convenienza turistica».

Piero Zani per anni è stato una delle persone di riferimento per tutto ciò che concerneva con le tradizioni, il canto popolare, i riti e le feste del paese. Lui e un gruppo di amici, attori e musicanti chiamati “Le maschere”,  hanno riportato in vita l’usanza del carnevale itinerante serale nelle varie contrade del paese, recuperato e rieditato i testi del teatro popolare locale e mantenuto vivo il collegamento tra queste manifestazioni carnevalesche e i riti agropastorali di passaggio dalla stagione fredda a quella più calda, che venivano celebrati dai contadini e dagli allevatori nel medesimo periodo, tra fine febbraio e fine marzo. Insomma un continuum di tradizioni popolari, echi di un mondo contadino guidato dai ritmi della natura che esorcizzava con le maschere e il teatro il buio dell’inverno: ecco allora che c’erano le maschere “classiche”, l’arlecchino, il mago, il vecchio e la vecchia, la giovane e il suo “moroso”, il contadino con l’asino, il dottore, il notaio e tutti i personaggi della vita civile. Gli attorni, tutti maschi, recitavano anche i ruoli femminili: reggendo lampade da minatori e anticipata da un “bandì” di musicanti,  la compagnia partiva a sera e raggiungeva la piazzetta centrale delle varie contrade – Edelweiss, Gromasera, Ca’ Astori, Molini, La Villa… – e metteva in scena rappresentazioni esilaranti e divertenti per tutta la popolazione, un’occasione per dimenticare la durezza della vita quotidiana in montagna e di trascorrere tempo in compagnia e allegria. «Ci sono testimonianze di mascherate e rappresentazioni teatrali tra le varie contrade già tra fine Ottocento e inizio Novecento – spiega ancora Piero Zani -. Poi, attorno agli anni ’60 e ’70, questa usanza si è persa, non si andava più nelle contrade, sono subentrate le maschere in plastica… Ecco perché abbiamo voluto riprendere l’usanza: parla di noi, di ciò che siamo».

Per anni, “Le maschere” hanno portato avanti l’usanza. Le prove si svolgevano a casa di Piero e di sua moglie Liliana, qui si realizzavano le maschere, da qui si partiva per la processione nelle varie contrade e qui si tornava, per un bicchiere caldo e qualcosa da mangiare prima di tornare a casa, ormai in nottata. Ci sono stati anni di partecipazione risicata e anni in cui, invece, accorrevano grandi folle – anche da fuori valle – per assistere alle mascherate. Quest’anno, però, Piero e Liliana hanno preferito defilarsi e non hanno preso parte alla manifestazione “Maschere e tradizioni. Terra, acqua, fuoco” svoltasi lo scorso 1 febbraio a Dossena. La manifestazione ha portato in paese diversi gruppi folkloristici di alcuni carnevali tradizionali italiani (tra cui le maschere in legno del Carneal Tradissional di Valtorta, i Crapon de Suej di Sueglio, i travestimenti del Carneval Vecc di Grosio e i Boes e Merdules sardi), ma, spiegano Pietro e Liliana, «che senso ha portare qui gruppi di fuori, se non si valorizza e tramanda ciò che abbiamo preservato dal passato locale?».

Le loro maschere oggi sono tutte in cantina: sono oltre 75 maschere, realizzate in cartapesta e decorate con parrucche, grossi nasi, sopracciglia di pelo. «Per fare una sola maschera – spiega Piero – ci vuole minimo una settimana. Ma non è solo una questione di tempo: è ciò che rappresentano. Dietro queste maschere ci sono radici, c’è la nostra storia, c’è la nostra identità come paese e come comunità. Mi piacerebbe tramandare questa cosa- conclude -. Se ci fossero giovani che vogliono capire e portare avanti la tradizione… ».

Pubblicato su Sant’Alessandro