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La terra perduta di ribelli e tessitrici

Reportage pubblicato su DooG Reporter  [riproduzione riservata]

Tornante dopo tornante, la strada si immerge nel ventre lunare delle Lefka Ori e arranca verso il paese di Anopolis in un paesaggio da sogno o da incubo, a seconda dei punti di vista. Da un lato c’è il Mar Libico, le cui acque lambiscono dolcemente i piedi della regione cretese di Sfakia. Dall’altro lato della strada, invece, si solleva un’ossatura bianca di rocce spelate che ha valso alle Lefka Ori (in italiano Montagne Bianche) il nomignolo affettuoso di Madàres, cioè “nude”.
A tratti compare la sagoma di un ulivo aggrappata a una cresta rocciosa, ma finisce lì: il resto sono vento, arbusti spinosi, ciottoli che rotolano dai pendii fin sulla strada e belati di capre vicine e lontane. E avvoltoi, anche: Thomas, la nostra guida, accosta sullo strapiombo e ce ne indica alcuni che volteggiano in alti cerchi nel cielo pallido sopra le nostre teste. Sono animali maestosi, solenni, perfetti per questo mondo di nuda pietra tagliata da strade deserte.
All’improvviso, nell’immobilità del caldo ottobre cretese risuonano un rumore di rocce frananti e un belato sgomento e terrorizzato, che si smorza in un tonfo sinistro poco distante da noi. Poi è di nuovo silenzio spettrale, rotto soltanto dalle grida lontane degli avvoltoi: «hanno trovato la cena», commenta Thomas.
Non è raro trovare capre sfracellate sui massi, qui: gli animali si inerpicano sulle pareti verticali per raggiungere qualche cespuglio spinoso, ma la roccia delle Lefka Ori è friabile, la morte sempre vicinissima agli zoccoli. Thomas resta per qualche istante immobile a contemplare la vastità desolata che ci circonda, gonfia il petto e prima di rientrare in auto si lascia andare a un sospiro fiero: «Ah, Sfakia!». Poi si riparte verso Anopolis, minuscolo villaggio di pastori e agricoltori conficcato come una scheggia nel cuore indomito dell’isola più grande della Grecia.

Valli ribelli

Quando l’auto si lascia alle spalle il blu del mare e il bianco delle rocce spoglie, davanti al parabrezza si apre all’improvviso uno splendido altopiano verdeggiante abbracciato da una corona di monti: file di ulivi argentati digradano dai pendii fino al paese, tra recinti, muretti a secco e casette basse. Di tanto in tanto un cartello sbilenco indica la presenza di qualche studios (appartamento in affitto) o di “rooms to let” poco distanti, tra gli orti: più spesso, a farsi notare sono grossi pick up neri parcheggiati accanto ai trattori, i pianali occupati da taniche lerce o da grossi cani pastore dallo sguardo truce.
La dolcezza bucolica del villaggio di Anopolis è solo apparente: la materia di cui è fatto il paese è la stessa dura e aspra delle Madàres che lo circondano.
Questa è terra di pastori e di banditi, di andàrtes (partigiani) e di ribelli che nemmeno il dominio turco sull’isola è mai riuscito a piegare figurarsi se ce la fanno Atene o l’UE; è terra di vita grama e di radici potenti, di identità e fierezze. Proprio in questo villaggio nacque Ioannis Vlachos, l’eroe nazionale conosciuto come Daskalogiannis, che nel 1770 guidò la prima rivolta cretese contro la dominazione ottomana: lui pagò con la vita, il villaggio con una ritorsione feroce che lo rase al suolo, ma lo spirito fiero di quella rivolta ancora permea queste vallate, e non basta un po’ di make-up turistico per celarlo. […]

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