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Gli immortali di Gavdos

Reportage pubblicato su DooG Reporter [riproduzione riservata]

«The Russians? – Niko si gratta la barba ispida, poi gli occhi chiarissimi si illuminano di comprensione nel volto abbronzato – Street, street!», e indica con un braccio la striscia di asfalto sbiancata dal sole che si srotola appena oltre il cortile polveroso, nel quale stazionano galline, tacchini, un cavallo, due cani alla catena e svariati teschi di capra appesi a essiccare al sole.

Il Tripiti Cafè è il kafènio più a sud d’Europa e probabilmente anche il più scalcagnato.
Siamo sull’isola di Gavdos, 37 chilometri quadrati dimenticati dagli dei tra la costa cretese e quella libica: qui l’estate stenta a mollare la presa, l’immobilità è quella del mito e il silenzio pure, interrotto soltanto da belati di capra e dal fruscio del vento che si carica di aromi tra gli arbusti di ginepro e di santoreggia.

Pastore, gestore del Tripiti Cafè, memoria storica dell’isola e padre di tre dei quattro bambini che ne frequentano la minuscola scuola, Niko è uno dei pochi abitanti di Vatsianà, il centro abitato più meridionale del continente europeo.
È lui a indicarci la nostra destinazione, il motivo per cui ci siamo smarriti nei sentieri ondulati di quest’isola verde smeraldo e per cui siamo finiti nel suo kafènio in cerca di informazioni: la casa dei Russi, poco più avanti lungo la strada.
La comune degli Immortali di Gavdos.

Scienziati e filosofi

Dobbiamo aspettare una decina di minuti perché dal fondo della strada qualcosa si muova: Aleksej Yuzgin arriva in una nube di polvere, su un pickup sgangherato che si ferma con uno stridio sinistro nel piazzale davanti casa. Ci fa un cenno, si leva il cappello da lavoro, e immediatamente si riconoscono i tratti somatici slavi, il viso affilato, gli occhi aquilini e intensi: «siete qui per l’intervista? – il suo inglese è venato di russo, talvolta gli scappano parole nella lingua madre – Molodèz, bene, venite, accomodatevi». Ci fa sedere in un salottino fumoso, ingombro di attrezzi da lavoro, decorazioni etniche, libri e fogli. Ci raggiunge anche Alla Yavtushenko, una signora di mezza età dai capelli biondi che saluta, scambia due parole con Aleksej e poi si siede con noi, accendendo la prima di molte sigarette. «Bene – sorride – che cosa volete sapere?».

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