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Claudio Bonfanti: “Fare rete dal globale al locale” (intervista)

Un dialogo a tutto campo con il presidente del Biodistretto dell’Agricoltura Sociale di Bergamo, Claudio Bonfanti, storico attivista e uno dei maggiori protagonisti delle reti di impegno ambientale e sociale, oltre che della legge regionale sulla ESS

«Oggi più che mai è necessario puntare a uno sviluppo giusto, che unisca la salvaguardia dell’ambiente all’uguaglianza sociale». A parlare è Claudio Bonfanti, presidente del Biodistretto dell’Agricoltura Sociale di Bergamo e attivista con alle spalle una lunga storia di impegno sindacale, ambientale e politico sul territorio e in Regione Lombardia. InfoSOStenibile l’ha incontrato all’indomani del fallimento della Conferenza mondiale dell’Onu sui cambiamenti climatici Cop25 di Madrid, per fare il punto sugli scenari aperti, a livello internazionale e locale, dall’anno appena trascorso, che ha visto la nascita dei Fridays For Future e il disinteresse politico globale ai temi ambientali, climatici e sociali.

Claudio Bonfanti, il 2019 è stato un anno di contraddizioni sul piano ambientale: da un lato le proteste giovanili e i movimenti cresciuti negli ultimi mesi hanno portato il tema del clima in primo piano, dall’altro alla Cop25 di Madrid si è consumato l’ennesimo e sostanziale nulla di fatto da parte della politica globale. I cittadini chiedono risposte ai governi, i governi sono restii – quando non apertamente ostili – a darne di concrete. Cosa ne pensa di questa situazione?

«Il fallimento della Cop25 e il mancato raggiungimento di un compromesso sui temi più divisivi (come il meccanismo di calcolo dei crediti nel mercato mondiale del carbonio o l’aumento degli impegni nazionali sottoscritti nel 2015 a Parigi per il taglio dei gas serra) è la tangibile testimonianza di quanto manchi, a livello politico, la capacità di dare una risposta sui temi complessi legati all’ambiente. Il tema ambientale è, ancora oggi, troppo spesso trattato soltanto in relazione alla green economy, mentre mancano nel linguaggio politico riflessioni ben più coraggiose. Eppure una svolta radicale è necessaria, così come sono necessarie politiche economiche diverse, capaci di coniugare la salvaguardia ambientale e la giustizia sociale, quest’ultima soprattutto venuta a mancare progressivamente dal 2008 – anno di inizio della crisi economica globale – a oggi. Se da un lato la globalizzazione, a livello mondiale, ha ridotto la povertà, dall’altro è innegabile che abbia creato, soprattutto nelle aree di maggior sviluppo, un aumento inimmaginabile delle sperequazioni e delle disuguaglianze sociali. È da questa consapevolezza che si deve partire».

La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen nel mese di dicembre 2019 ha lanciato lo European Green Deal, il piano Ue per il clima. Allo stesso tempo, però, le due massime potenze economiche mondiali – gli Stati Uniti e la Cina – sono palesemente avverse alle questioni concernenti il clima e l’ambiente. Secondo lei quali sono gli scenari per il futuro, date queste premesse?

«Il lancio dello European Green Deal è una ragione in più per costruire l’Europa invece che demolirla. Certo, l’Europa è ancora debole rispetto ad altre potenze mondiali, ma l’attenzione alle tematiche ambientali – a cominciare dall’obiettivo zero emissioni entro il 2050 e dal finanziamento di una vera e propria riconversione energetica – è un buon punto di partenza. E comunque in nessun altro continente si sono avviate politiche di rigenerazione ecologica come in Europa. Allo stesso modo in Cina il governo oggi sta cercando di porre un argine ad alcune delle situazioni più disastrose, situazioni che la popolazione ha accettato perché ha visto crescere il suo tenore di vita negli ultimi anni. La Cina di oggi è una gigantesca Taranto, schiacciata tra lo sviluppo e le conseguenze ambientali e sociali di quello sviluppo. Quanto agli Stati Uniti, è vero: la violenta politica americana di negazione delle più evidenti analisi scientifiche è inaccettabile e pericolosa. Al tempo stesso, però, la nascita di movimenti come i Fridays For Future dimostrano che la società civile sta prendendo sempre più coscienza del problema e gli episodi recenti – dai roghi in Siberia e Australia alle bombe d’acqua sulle nostre montagne – dimostrano quanto queste rivendicazioni siano urgenti».

Parliamo di società civile, quindi: in questo quadro globale, secondo lei qual è la forza di movimenti giovanili come i Fridays For Future o dei partiti verdi europei?

«Il primo grande merito di questi movimenti è stata la capacità di costruire e suscitare un’importante sensibilità ambientale. Per quanto riguarda i Fridays For Future, la loro forza principale risiede tanto nell’autenticità della mobilitazione quanto nella loro neutralità politica: un tratto, questo, che li avvicina ai nuovi partiti verdi emersi in parecchi paesi europei di questi ultimi anni, i quali sono molto più capaci di parlare alla generalità della popolazione, rispetto al passato. I verdi storici erano solo una frangia della sinistra, mentre quelli di oggi esprimono una vocazione più libera, una reale testimonianza di disagio e di volontà di trovare soluzioni al di là dello schieramento ideologico: questo è un punto di forza. Auspico che anche in Italia nasca un movimento verde sulla falsa riga di quelli europei».

I movimenti “dal basso” hanno davvero la reale possibilità di cambiare le cose?

«Io penso di sì, a due condizioni: che riescano a unire gli sforzi, e che si riesca a dare un risvolto istituzionale alle loro azioni. Quanto al primo punto, è un processo già in atto: sul territorio lombardo e bergamasco in particolare sono già molte le reti attive su queste tematiche, e che uniscono attori e interlocutori vecchi e nuovi. Penso alla rete di Cittadinanza Sostenibile, o alla neonata Rete Ambiente Bergamasca. Se tuttavia non si riesce a permeare la politica locale, nazionale ed europea con soluzioni normative che rendano stabili le conquiste di questi movimenti, si è sempre alla mercé della mutevolezza dell’opinione pubblica: oggi il tema “ambiente” è interessante, domani chissà. Dobbiamo invece aiutare questi movimenti con strumenti che permettano loro di continuare a fare pressione dal basso sulle istituzioni, e al contempo far sì che le istituzioni diano messaggi chiari di semplificazione, formazione e informazione su questi temi legati all’ambiente».

È proprio sulla base di queste premesse – la necessità di fare rete e quella di darsi un risvolto istituzionale – che nel 2019 è stato portato avanti il progetto della proposta di legge regionale a iniziativa popolare sull’Economia Sociale e Solidale (ESS) di cui lei è stato uno dei principali protagonisti.

«La proposta di legge regionale è stato un percorso decisivo per i nostri movimenti nel 2019, a partire da chi opera nel settore agricolo ma ci auguriamo anche per altri settori produttivi. Difatti non è un caso che il progetto di legge preveda esplicitamente che la maggior parte dei settori in cui l’Economia Sociale e Solidale dovrebbe agire siano legati all’ambiente e green economy, un mondo con cui dobbiamo sempre più interagire: energia pulita, mobilità sostenibile, agricoltura sociale, sostegno alla filiera corta, per favorire un miglior rapporto tra produttore e consumatore, ecc. Dopo la raccolta delle ben 9034 firme a sostegno della proposta – molte di più delle 5mila necessarie – il testo è stato specificatamente inviato a inizio gennaio 2020 a tutti i capigruppo di Regione Lombardia con la nostra disponibilità a un incontro diretto: abbiamo già avuto diversi riscontri positivi e la Presidenza del Consiglio ha affidato la proposta alle commissioni I e IV (Programmazione e Bilancio; Attività Produttive, nda) per il vaglio. Sono passi importanti e che fanno sperare».

Quali sono gli obiettivi principali della proposta di legge?

«Tra gli obiettivi della proposta di legge ci sono la necessità di favorire, da parte di Regione Lombardia e altri enti locali, le reti di cooperazione sociale e di incentivare produzioni e lavoro sostenibile, nonché la creazione dei Distretti di Economia Sociale e Solidale quali modelli di strumento territoriale per favorire forme di ESS sui territori in dialogo diretto con le istituzioni locali. Tutto il percorso della legge è incentrato da un lato sull’istituzionalizzazione delle “pratiche sostenibili” e dall’altro sulla necessità favorire azioni e strumenti per fare rete, ad oggi la cosa più difficile per il nostro mondo».

Perché è così difficile fare rete?

«È ciò che chiamo “il gusto della nicchia”. Thomas Merton diceva che “Nessun uomo è un’isola” e non lo è nemmeno nessuna associazione o cooperativa. Eppure molti temono di perdere le proprie specificità e il proprio impegno nel mettersi in rete con gli altri. Ma non è così! Se non si va in questa direzione si disperdono forze e risorse: è solo lavorando insieme che si vedono buone pratiche, ci si contamina e si va avanti. In questo senso, il bando promosso dalla Fondazione Istituti Educativi di Bergamo sulle Nuove Economie di Comunità ha un grande merito: la clausola cioè di presentare progetti solo se si è un raggruppamento di almeno cinque diverse realtà, fatto questo che in un certo senso “forza” a fare rete. Ed è quello che cerchiamo di fare anche con il Biodistretto per l’agricoltura sociale di Bergamo».

Quali sono secondo lei le principali sfide che attendono i mondi associativi e cooperativi e i movimenti della società civile?

«Oltre, lo ribadisco, alla capacità di fare rete, un altra esigenza assoluta è quella di investire nella formazione permanente: bisogna formare le classi dirigenti, i manager di domani per un’economia diversa, più equa e giusta, bisogna capire che in questo mondo del lavoro e dell’economia la cultura, la formazione e l’aggiornamento sono capisaldi di una economia più giusta e più sostenibile. Infine, la sfida massima: la capacità di dotarsi di nuovi strumenti economici. Se è vero, come sostiene l’economista francese Thomas Piketty, che il capitalismo finanziario non si abbatte ma si può superare, allora è altrettanto vero che bisogna iniziare a proporre economie diverse. Cominciamo da qui, dalla sostenibilità ambientale e dalla democrazia economica».

Intervista pubblicata sul numero di gennaio-febbraio 2020 di infoSOStenibile