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«Noi piccoli pescatori artigianali stiamo morendo»

Ignazio Bevilacqua pratica pesca selettiva attenta all’ambiente: «ma solo di pesca, oggi, non riusciamo più a vivere»

«La pesca è cambiata negli ultimi anni. Quando ero piccolo e uscivo in barca con mio papà, facevamo numeri decisamente diversi rispetto a ora: prima di sola pesca si poteva vivere, ora non si riesce più». Ignazio Bevilacqua ha il tono amaro di chi si sente tradito da qualcuno di amato: il mare, per lui e la sua famiglia, è sempre stato una risorsa, ma da qualche tempo le cose stanno cambiando. Soprattutto per i “piccoli” che praticano la pesca selettiva e artigianale e che si stanno trovando, anno dopo anno, a dover fare i conti con un mare sempre più povero.

Un mare che muore

Ignazio vive a Marettimo, minuscola isola siciliana dell’arcipelago delle Egadi e inserita con le sorelle Favignana e Levanzo nell’omonima Area Marina Protetta: un piccolo paradiso di mare e montagna scoperto soltanto recentemente dal turismo e ancora caratterizzato da una forte tradizione di piccola pesca artigianale.

Niente grandi pescherecci a Marettimo: qui la pesca è piccola e sostenibile, praticata con imbarcazioni di lunghezza inferiore ai 12 metri e operanti entro dodici miglia dalla costa e soprattutto con metodi e attrezzi selettivi, a basso impatto ambientale, che rispettano i limiti naturali del mare e degli ecosistemi. «Pesca selettiva significa che catturiamo solo specifiche specie bersaglio della taglia desiderata – spiega Ignazio, pescatore figlio di pescatori con il mare nel dna -. Questo ci consente di minimizzare le catture accidentali e ridurre al minimo gli scarti».

Una pesca sostenibile, dunque, che tuttavia sempre più spesso subisce i colpi della spietata concorrenza messa in campo dalle grandi barche e dalle industrie del pesce, che utilizzano invece sistemi come le reti a strascico e distruggono fondali e stock ittici. «C’è poco da fare, il mare sta morendo. Finché pratichiamo sistemi di pesca FAD (Fishing Aggregation Devices, cioè con l’utilizzo di attrattori di organismi marini galleggianti, nda) solo in pochi mesi l’anno, da settembre a novembre, riusciamo a tirare su qualcosa.

Ma per quanto riguarda altre specie… Bisogna allontanarsi sempre di più dalla costa, stare in mare più a lungo, è sempre più difficile. In ogni caso – continua Ignazio – ora non riusciremmo a vivere solo di pesca, come invece faceva la mia famiglia fino a qualche tempo fa».

Che la vita dei piccoli pescatori sia sempre stata grama, lo testimonia la storia di emigrazione dell’isola, così simile a quella di tante altre zone di mare in Italia: da Marettimo, gli emigranti sono diretti soprattutto in Portogallo o in Canada, dove – come raccontano le ricerche effettuate dal Museo del Mare, delle Attività e Tradizioni Marinare e dell’Emigrazione che custodisce la memoria storica dell’isola – hanno messo a frutto le abilità marinare per la pesca al salmone o sull’oceano. Oggi, tuttavia, la situazione è aggravata dalla presenza dei grandi pescherecci e dalle quote di pesce – ad esempio il tonno – destinato alle grandi industrie: un mercato che non tocca, invece, ai piccoli pescatori, e che non solo li esclude ma ne distrugge anche gli ambienti grazie ai quali vivono.

Al punto che sempre più spesso la tradizione di pesca dell’isola si sta evolvendo verso il cosiddetto “pescaturismo”: «Con l’arrivo dei turisti – spiega ancora Ignazio – quasi tutti i pescatori ritirano le barche da pesca e per qualche mese si dedicano all’organizzazione di visite guidate dell’isola con la barca. Altrimenti non ce la si fa a tirare la fine del mese».

Un cambiamento necessario, forse, ma doloroso per chi il mare l’ha sempre vissuto con rispetto e attenzione: «Piange il cuore a vedere i barconi che fanno razzia di pesce. Noi siamo gli ultimi della catena: fa male vedere il mare che muore senza poter fare nulla per evitarlo».

Pubblicato su infoSOStenibile (ottobre 2019)