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I beni confiscati alle mafie sono cosa nostra

[Pubblicato su InfoSOStenibile]

Il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati alle organizzazioni criminali contrasta le mafie creando lavoro, occupazione, legalità e reti sociali

Più di 12mila quelli già destinati, più di 18mila quelli ancora da destinare: la fotografia dei beni immobili confiscati alle mafie nel nostro paese mostra cifre da capogiro, che da sole forse bastano a dare idea delle dimensioni di un fenomeno che riesce a sferzare alcuni dei colpi più duri e significativi alla lotta alle mafie. A ventidue anni dall’approvazione della legge 109/96 in materia di destinazione e riutilizzo a fini sociali dei beni sottratti alle criminalità organizzate, infatti, si moltiplicano le esperienze di rinascita su beni appartenenti fino a pochi anni prima al patrimonio criminale: laddove prima c’erano illegalità e prevaricazione, adesso ci sono occupazione, riscatto e legalità. Dal nord al sud Italia.

Fotografia di un fenomeno diffuso

Secondo i dati dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC), non c’è regione italiana che sia priva di beni sottratti alle organizzazioni criminali: le infiltrazioni e il radicamento progressivo delle mafie anche in territori fino a pochi anni fa ritenuti immuni al problema sono testimoniati dall’enorme quantità di inchieste da un capo all’altro della penisola, che fotografano un fenomeno ben lungi dall’essere in declino. D’altro canto, i numeri delle confische mostrano anche l’altra faccia della medaglia, quello del contrasto patrimoniale, probabilmente il metodo più efficace per intaccare realmente il potere delle mafie. Al dicembre 2017, i beni immobili – cioè case, terreni, box, negozi – confiscati e destinati al riutilizzo da parte dell’ANBSC in Italia erano 12.541, mentre quelli ancora in fase di gestione da parte dell’Agenzia erano 18.277. Secondo gli ultimi aggiornamenti al 2 luglio 2018, la regione che vanta il triste primato di area con maggiore densità di beni immobili confiscati alle mafie è la Sicilia (5139 beni quelli ancora in capo all’agenzia e 5189 quelli già destinati), seguita da Campania e Calabria.

Colpire le mafie nel patrimonio

L’iter che prevede il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati alle mafie è il figlio di un percorso che affonda le sue radici nella drammatica storia recente del nostro paese. Nel 1982, con la legge 646 “Rognoni-La Torre” – dai nomi dei due promotori principali, il segretario del PCI Pio La Torre e l’allora Ministro dell’Interno Virginio Rognoni – si codifica per la prima volta nell’ordinamento italiano il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e si stabilisce la confisca dei patrimoni ai mafiosi. Pio La Torre non vedrà mai approvata la legge che aveva contribuito a far nascere: fu ucciso da Cosa Nostra il 30 aprile 1982. La legge venne approvata il 13 settembre dello stesso anno, dieci giorni dopo l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Passano tuttavia altri dieci anni prima che si riesca a compiere lo scalino successivo, quello che porta cioè dalla confisca dei beni al loro riutilizzo ai fini sociali. Bisogna aspettare l’onda di reazione popolare alle stragi di mafia del ’92-’93: nel 1995 nasce la rete di associazioni che prende il nome di “Libera” e che nel 1996 avanza una proposta di legge di iniziativa popolare supportata da più di un milione di firme, chiedendo che si codificasse non solo la confisca, ma anche la restituzione alla collettività dei beni delle mafie. Il 7 marzo ’96 viene approvata la legge 109/96, che ancora oggi guida l’operato di associazioni, cooperative e realtà che si occupano di dare nuova vita ai terreni, alle ville e ai capannoni che prima erano della mafia, e ora sono di tutti.

Articolo completo su InfoSOStenibile (n. 74, luglio-agosto-2018)