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Si può insegnare a scrivere?

Si può insegnare a scrivere?

La domanda non è nuova. Ciclicamente se la pongono scrittori, intellettuali, critici. Quello delle scuole di scrittura è un settore che cresce anno dopo anno e al tempo stesso si moltiplicano i corsi, master e laboratori. Grossomodo, i filoni di dibattito sono due:

  • I duri e puri del fuoco sacro. Sono quelli secondo cui la scrittura è ispirazione e talento naturale. Tutto il resto è fuffa, mediocrità, business. Secondo questo filone, non solo non è possibile insegnare a scrivere, ma è addirittura sbagliato farlo perché “la creatività non si insegna, o ce l’hai o non ce l’hai”.
  • I meccanici della narrativa. Sono quelli secondo cui invece tutto è riconducibile a regole matematiche, a equazioni, a elenchi puntati. Del tipo, chiunque può scrivere roba buona, basta imparare le regole.

Entrambi gli schieramenti hanno una parte di ragione. Certamente c’è un certo “fuoco” che nessuna scuola può insegnare, e riguarda il gusto con cui ci si approccia alla scrittura, le idee in boccio, la capacità di giocare e maneggiare la materia della parola scritta. E’ però altrettanto vero che anche la scrittura creativa si compone di regole e nozioni che è possibile allenare ed esercitare, trasformando ciò che è intuitivo in un modus operandi abituale.

Quindi, in sostanza, si può insegnare a scrivere o no?

Io sono convinta di sì.

Dopotutto nessuno si scandalizza se un musicista va al Conservatorio per affinare il talento, né se un appassionato di disegno si iscrive all’accademia o ai corsi di arte applicata: quindi perché per un aspirante scrittore la cosa viene sempre vista come un tradimento dell'”arte”? Perché tanto accanimento verso chi cerca di affinare la sua tecnica, appoggiandosi a corsi o realtà che gli permettono di esercitarsi e approfondire?

Certo, bisogna mettere un “però” grande come una casa. E cioè: è vero che le scuole e i corsi sono strumenti utilissimi, però non possono insegnare il talento e la passione.

Cosa significa? Significa che scuole e corsi possono affinare, indirizzare, migliorare una capacità che di per sé è già intuitiva. Una persona che non sa scrivere non diventerà mai il nuovo Umberto Eco, manco se facesse tutte le scuole di scrittura del mondo: magari diventerà un scrittore o una scrittrice con una buona conoscenza di regole e meccanismi, ma i suoi lavori non avranno mai quel qualcosa in più. 

Viceversa, una persona che “ha dentro” la scrittura potrà scrivere qualcosa di buono – o di molto buono addirittura – anche senza le scuole. Ma con le scuole e i corsi potrebbe arrivare a scrivere qualcosa di grandioso.

Vediamola così: io sono assolutamente negata con la musica. Se mi impegnassi e decidessi di iscrivermi al conservatorio, potrò diventare una buona esecutrice. Ma niente di più: nelle mie dita non vibrerà mai quell’anima che rende un’esecuzione normale un capolavoro.

Cosa serve per imparare a scrivere?

Appurato che senza talento e “fuoco sacro” non si va molto lontano – dovete aver voglia di scrivere e passione per la parola scritta, per farlo – cos’altro può servire ad un aspirante scrittore o scrittrice?

  • Umiltà. Forse potrebbe essere messa addirittura al primo posto. L’umiltà di studiare, di non accontentarsi, di sottoporsi al giudizio altrui con senso critico, di non sentirsi mai arrivati.
  • Costanza. Il fuoco sacro dell’ispirazione aiuta all’inizio, ma poi? Una volta esaurita la spinta che si fa? Entra in gioco la costanza. Scrivere un libro significa bruciare a fuoco lento, giorno dopo giorno.
  • Progettualità. Vi smonto un mito: sono pochissimi gli scrittori che iniziano a scrivere e finché la barca va lasciala andare. La maggior parte progetta, prima di scrivere. Dopotutto ha senso: state creando un’architettura complessa, è giusto prendersi un po’ di tempo per idearla.
  • Voglia di confrontarsi. Con insegnanti e altri scrittori. Con autori attuali e del passato. Con grandi classici e con libri da ombrellone. Con esordienti e con affermati. Con giovani e anziani.
  • Capacità di autocritica. Che è la cosa più difficile. Astrarsi dalla propria creazione, provare a guardarla dal di fuori e riconoscerne i punti deboli. Oppure affidarsi al giudizio di altri, e accettarne le critiche.