Comunicazione

Scrivo perché….

Ci sono momenti in cui mi soffermo a pensare al mio percorso di vita e di lavoro. Dopotutto a volte fa bene rifletterci, no? Aiuta a mettere le cose in prospettiva, a tracciare le linee sottili che uniscono fatti ed esperienze, a vedere il percorso comune.

Quando lo faccio mi rendo conto che il filo conduttore che unisce la Erica piccolina alla Erica un po’ più adulta è la scrittura. Da sempre. In un modo o nell’altro.

C’era la scrittura nella Erica delle scuole elementari, che negli esercizi “Scrivete una frase con soggetto, verbo e complemento oggetto” si perdeva in narrazioni tipo “La contessa dall’abito viola raccolse il fiore da terra pensando che era giunta l’ora di parlare al conte” laddove tutti gli altri si fermavano a “Luca mangia la mela”.

C’era la scrittura nella Erica che si ricorda distintamente l’emozione del primo quaderno ad anelli, regalatomi dai genitori per “scrivere le tue storie”. Il mio antenato del taccuino, in pratica. Era rosa, formato A4, con una vignetta disegnata sopra.

C’era la scrittura nella Erica alla maturità, che prima del tema aveva dormito come un angioletto perché sapeva che almeno quello sarebbe andato liscio come l’olio.

C’era la scrittura nella Erica che rincorreva le notizie per l’Eco di Bergamo, giorno dopo giorno su e giù per la valle alla ricerca di fatti, storie, interviste. Quella Erica era diventata l’incubo dei politici locali (era una bella rompiscatole, eh).

C’è la scrittura nella Erica dei romanzi: uno pubblicato, uno adolescenziale fortunatamente rimasto formato file ed uno precedente purtroppo andato perduto (parlava di Far West). Più il quadernone con le bozze per un romanzo fantasy (mai iniziato, però avevo scritto trama e profezie varie, disegnato la mappa e inventato i nomi e le dinamiche: ne andavo fiera). C’è anche in quella dei racconti e delle fiabe.

Ora, sia chiaro: non sono la reincarnazione di Umberto Eco né l’erede spirituale di Jane Austen. Però scrivere mi ha sempre accompagnata.

Perché scrivo?

E quindi la domanda di base è questa: perché scrivo?

  • Scrivo perché amo le storie. Principalmente è per questo. Mi piace ascoltarle, cercarle, raccoglierle, leggerle e raccontarle. Mi piace tuffarmici. Che poi dovrebbe essere la motivazione principale per chiunque scriva.
  • Scrivo perché mi piace giocare con le parole. Da sempre. C’è una sorta di magia nel meccanismo per cui unendo lettere si creano parole, e unendo parole si creano frasi che a loro volta generano storie. Scegliere la parola giusta, levigarla, metterla lì perché è proprio lì che deve stare… E’ bellissimo.
  • Scrivo perché scrivere è sempre un po’ una caccia al tesoro. Che si ricollega alla questione del giocare con le parole. Trovare la parola giusta è una caccia al tesoro. Perché caldo può essere pure bollente, asfissiante, ustionante o ardente. E mica valgono tutte allo stesso modo. Dipende cosa vuoi dire: e allora la caccia al tesoro è sia per le parole, ma anche dentro di te. Per capire cosa tu vuoi trasmettere a chi ti legge.
  • Scrivo perché può essere utile a qualcun altro. E qui forse entriamo più nel merito della professione. Mettere la propria capacità di scrittura anche al servizio di qualcun altro significa per me condividere qualcosa di bello che so fare, ma che diventa realmente frutto solo se condiviso. Perché io posso pure scrivere benissimo per me stessa: ma a che pro? Sia che scriva storie, sia che usi la mia capacità di giocare con le parole per raccontare un prodotto, è per qualcun altro che lo faccio. Per accompagnare altre persone in un buon libro (spero), oppure per aiutarle a comunicare ciò che vorrebbero. Per me la condivisione è molto importante.